Sesso, handicap, malattia mentale

The Session
Scena tratta dal film “The Session”

Davvero vogliamo una sessualità libera? Davvero non abbiamo pregiudizi? E allora, cominciamo ad ammettere che i corpi degli handicappati, dei vecchi e dei diversi possano essere erotici. Che i pazzi debbano fare l’amore. Che non sarebbe un laido sfruttatore chi sbattesse…

UN PARAPLEGICO NUDO IN COPERTINA

I normali hanno tanti modi di tenere a bada l’angoscia. La soffocano nella routine quotidiana degli azioni ripetitive, l’addolciscono con i divertimenti, la distraggono con i rapporti sociali, la sublimano attraverso l’ambizione. Tutte vie di fuga impercorribili ai non-normali: i vecchi, gli handicappati, i pazzi.

E allora, prego, che si lasci loro almeno la possibilità d’amore.

No? E perché no?

Perché l’amore dei vecchi e tra vecchi, ai normali fa ribrezzo. Persino i libertari e intelligenti lettori della rivista erotica più spregiudicata d’Italia, Blue, si sono sentiti urtati quando il loro giornale ha riprodotto un nudo di donna sfiorita dipinto in modo molto realistico. Sono arrivate lettere di protesta: perché questa volgarità?

I giornalisti, invece, certo non si scandalizzano. Ironizzano. Il buon gusto e la sensibilità d’animo li portano a partorire titoli siffatti: “Casa a luci rosse solo per nonnetti”; “Un Eden da pensione minima”; “Piacenti signore di mezz’età per attempati pensionati ancora in cerca di forti emozioni”; “Una pastarella per fare quel che si può (non molto, vista l’età)”; “E a Marghera le vedove allegre facevano i sexy show per sessantenni”.

Poche pagine più avanti, negli stessi quotidiani, trionfano tipi come Robert Redford e Paul Newman, Alain Delon e Sean Connery, definiti bellissimi, affascinanti, appetibili da qualunque donna. La loro età varia dai sessanta ai settantadue anni, ma non importa. In quanto belli, ricchi e famosi, sono sottratti allo squallore della cronaca. Possono innamorarsi e far innamorare. Possono avere rapporti sessuali. Possono, anzi debbono continuare a vivere.

E ci sono gli handicappati. Per i quali viene comodo usare l’orrida e impropria perifrasi “portatori di handicap”. E’ un modo per stabilire una sorta di doppio cordone di sicurezza (cordone sanitario) tra normalità e non-normalità: l’handicap è qualcosa di talmente estraneo che su di lui vengono fatti ricadere, interi, lo schifo, la sventura e la deprecazione, e si chiede a chi questo handicap “ce l’ha” di fare altrettanto, di intrappolare tutto il suo dolore e il suo disagio e la sua diversità in tale astrazione misteriosa e colpevole, la malattia. Perché così è possibile odiare senza sentirsi cattivi. Odieremo l’handicap, la malattia, non la persona che ne è “portatrice”; a patto che… anche questa persona accetti di odiare il suo handicap quanto facciamo noi, distaccandosene. Per essere riammessi nel consorzio della vincente normalità, insomma, bisogna oggettivare e rifiutare una parte di sé. Operazione difficile, dai risultati incerti e gli effetti collaterali devastanti: ma l’importante è che la finzione sia credibile, i normali non vogliono altro. Se la finzione è abbastanza OK, per i portatori di handicap si possono schiudere le porte del paradiso: forse troveranno qualche normale che “passerà sopra” alla loro malattia, li tratterà alla pari, farà addirittura l’amore con loro. Hai visto, quello ha sposato una paraplegica… sì, ma lei è talmente bella, in gamba; si comporta come se fosse perfettamente sana, dopo un po’ che le stai vicino ti dimentichi che ha un handicap… sì, è vero, sembra proprio come noi…

E se lei non sembra come noi? Ah, allora è tutto un altro discorso. Trovarla degna d’amore (amore, e non pietà), trovarla sessualmente attraente, non può essere che segno certo di depravazione e follìa.

“La prova decisiva di qualsiasi teoria è la seguente: è possibile ricavarne denaro?”. Il celebre assioma di Paul Davies si dimostra valido ancora una volta. Se le persone vecchie o handicappate fossero sessualmente attraenti (o più precisamente, se noi non avessimo dei pregiudizi così profondi contro di loro) qualcuno userebbe i loro corpi per vendere più copie di una rivista, rendere più allettante la pubblicità di un prodotto, girare film hard. Pensiamo invece a cosa accadrebbe a chi lo facesse: si ribellerebbero vecchi e handicappati per primi, e via via da destra e da sinistra, da bigotti e laici, un solo grido, magari su tonalità diverse: Vergogna! Vergognatevi, a sfruttare le disgrazie altrui!

Come volevasi dimostrare, appunto: vecchiaia e handicap non possono che provocare repulsione, e guai a chi non la pensi così.

Non molto diversa la situazione dei pazzi. Che, anche loro, non sono considerati interi, persone: hanno una malattia. Laing scrisse a soli 28 anni quello splendido libro che è L’Io diviso per dimostrare che è possibilissimo capire gli psicotici, e per contestare un luogo comune non solo e non tanto linguistico, ma diagnostico: “Il paziente non ha la schizofrenia”, affermò coraggiosamente. “E’ schizofrenico. Bisogna conoscerlo senza distruggerlo”. E senza nemmeno pretendere di distruggere la sua schizofrenia, si potrebbe aggiungere.

Ma qual è lo psichiatra che acconsentirebbe a che i suoi pazienti psicotici avessero rapporti sessuali? O, per spostarci su un terreno più radicale, chi mai se la sentirebbe di mettere da parte i propri pregiudizi, le proprie paure, la deformante preparazione accademica per vedere nella sessualità un modo, il più importante, il più coinvolgente, forse l’unico praticabile, attraverso cui una persona mentalmente ed emotivamente in sofferenza potrebbe superare l’angoscia, l’impotenza, la mancanza assoluta di ogni significato e prospettiva di vita?

Il dolore che uccide se stessi e la distruttività che porta ad uccidere gli altri sono sicuramente, in buona parte, il risultato di una non-vita, dell’impossibilità di realizzare le proprie potenzialità emotive, fisiche, mentali. Per ovvie ragioni chi è psicotico (o anche solo nevrotico, e sia chiaro che questa distinzione è una forzatura che serve per semplificare il discorso) non vive come vorrebbe. Spesso, non vive affatto, e sopravvive male. La sessualità potrebbe essere una miracolosa terapia, ridare energia e scopo, ricostituire al posto della paralizzante impotenza un nucleo di forza dinamica intorno a cui la personalità disgregata potrebbe ricompattarsi, e crescere, espandersi, rafforzarsi.

L’unica spiegazione che gli psichiatri danno delle proibizioni e delle repressioni riguardanti ogni cosa che abbia a che fare con la sessualità dei loro pazienti, suona sgradevole come la carità pelosa: un individuo squilibrato non può affrontare un rapporto così sconvolgente come quello sessuale, dicono, ne uscirebbe a pezzi.

Spiegazione molto poco scientifica. Che il sesso e l’amore possano far male, lo sanno molto bene i normali (che cadono in depressione, si ammazzano o ammazzano, ingaggiano battaglie legali che mirano all’umiliazione o addirittura all’annientamento del partner prima amato e poi odiato, e tante altre cose ancora), non lo sanno affatto i non-normali, a cui sesso e amore non vengono “concessi”. E poi, è giusto eliminare dalla vita ciò che “potrebbe” far male? E ancora: perché non supporre che invece sesso e amore darebbero risultati positivi? (La risposta è ovvia ma non per questo necessariamente sbagliata: perché la nostra è una cultura mortificante e mortifera). E infine: non è stato detto molto tempo fa da voce insospettabilmente poco libertaria che AMOR OMNIA VINCITA?

NB Questo è un mio articolo di alcuni anni fa, uscito su Blue. Piaciuto talmente alla FAIP, Federazione Associazioni Italiane Para-tetraplegici, che mi invitarono a parlare al loro congresso.

Susanna Schimperna

Partner Surrogati a Tel Aviv

Copertina Vanity Fair
Copertina Vanity Fair

“Mi chiamo Romi, ho 35 anni e vado a letto con 7 uomini. Mi pagano per farlo. Ma non sono una prostituta né una ninfomane: mi considero una guaritrice”.

L’idea di soccorrere chi ha bisogno Romi ce l’ha fin da piccola: da quando, nel Kibbuts sulle alture del Golam dove è nata e cresciuta, diceva che da grande avrebbe salvato il mondo aiutando le persone in difficoltà. Non immaginava però che il prossimo da curare si sarebbe presentato nel corpo nudo di Peter, ingegnere informatico di successo, ma imprigionato in una disfunzione erettile che gli impedisce d’amare. Oppure nel fisico straziato di Asaf, ex militare ora costretto su sedia a rotelle dopo essere colpito da una raffica di mitra in Libano.

Sono 7 i clienti-pazienti di Romi. Alcuni, come Peter, sono molto attraenti, altri meno. C’è chi soffre di disturbi fisico-psicologici (eiaculazione precoce, impotenza) e chi è disabile, c’è chi è stato vittima di abusi da bambino e chi non ha mai toccato una donna. E lei è la compagna che per un periodo da tre a sei mesi lì assisterà, anima e corpo.

Romi è una dei dodici partner surrogati, 8 donne e 4 uomini, dai 30 anni in su, che operano nella clinica di riabilitazione sessuale della dottoressa Ronit Aloni, uno centro a Tel Aviv e in Istraele autorizzato a questo genere di trattamento dal ministero della Salute, con tanto di benedizione del Cosiglio dei Rabbini. “Io non offro sesso, ma intimità e confidenza, che nella vita reale si trovano raramente, tanto meno con una prostituta”, dice Romi. “Mi ritengo una sorta di educatrice sessuale con cui fare pratica in tutta tranquillità.”

“Oggi è il rande giorno per me e per Peter: se tutto va bene, avremo un rapporto completo.” Sono trascorsi tre mesi dal primo contatto. L’incontro non è stato in clinica ma in un caffè, perché “è prassi conoscersi un po’ prima di iniziare il trattamento”. La volta successiva, se tutto “funziona”, la coppia torna in clinica. Entra dall’ingresso di servizio e raggiunge una delle due piccole stanze del centro dedicate alla “pratica”: quadri erotici appesi ai muri, una doccia, stereo, lubrificanti e un divano letto.

“Le prime volte mi limito a toccare le mani del paziente. Poi gli massaggio le braccia e le gambe, in seguito ci togliamo i vestiti, osserviamo allo specchio i nostri genitali, giochiamo sotto la doccia. Il tutto nel massimo del relax, senza fretta né imbarazzo o ansie, riportando ogni cosa al terapeuta che dirige il processo. L’atto sessuale arriva solo alla fine del trattamento”.

Partner surrogati si diventa per caso. Passaparola di amici, un annuncio sul giornale. E’ una sorta di part-time pagato a prestazione, più o meno quanto guadagna una terapeuta per due ore di consulto, e si tendi a non avere più di un incontro al giorno. In genere le attività non durano più di 5-6 anni. “La vita privata è inevitabilmente intaccata”, ammette Romi. “Il mio fidanzato non capiva, e alla fine abbiamo rotto”.

I partner surrogati non devono essere attraenti o avere una laurea in Psicologia. “Sono persone normali, non modelli da rivista”, dice la dottoressa Aloni, sessuologa sessantenne che ha studiato negli Usa e importato in Israele la terapia dei partner surrogati secondo le teorie di Masters&Johnson. “Immaginate un triangolo: alla base ci sono il paziente e il surrogato, in cima il terapeuta che li segue come se fossero una coppia tradizionale. E li consigli e, li istruisce”.

Alla clinica c’è anche un percorso formativo per i surrogati. “Non tutti possono farlo”, continua la dottoressa, “perché richiede molto dal punto di vista emotivo. Nel training insegniamo come abbracciare, toccare, baciare, e a farlo nei momenti opportuni”.

Per Eva, 42 anni, non è stato facile varcare l’ingesso della clinica. Lei è una produttrice televisiva molto apprezzata e piena di amici, ma fino a pochi anni fa era ancora vergine. “Ho avuto qualche flirt, sono sempre piaciuta ai ragazzi. Al momento del dunque, però saltava tutto. Ho sofferto di vagissimo fino a 35 anni. Pur di non affrontare questo problema, che mi impediva di avere rapporti sessuali, m sono concentrata sul lavoro. Ho avuto successo, e ho rinunciato alla mia vita”.

A un certo punto, Eva si è resa conto che non poteva andare avanti così: voleva una famiglia. “Ho provato di tutto: psicologi, massaggi, agopuntura, tecniche di rilassamento ayurvediche. Ho scoperto molto di me, ma il problema non scompariva. Allora sono venuta qui. Non avevo un partner, almeno non uno affidabile che sapesse mettermi a mio agio. Alla clinica me ne hanno dato uno. E con lui sono riuscita a fare sesso per la prima volta nella mia vita”.

Molti psicologi non apprezzano: troppe complicazioni etico-professionali, mentre l’assenza di normative fa si che questi rapporti siano visti da alcuni come prostituzione. Dice Ruta Cohen, socia della dottoressa Aloni: “Se vuoi nuotare e hai paura dell’acqua, un tuffo in mare ti affoga. Devi cominciare a piccole bracciate, in un ambiente sicuro, seguito da professionisti. Questa terapia funziona nel 90% dei casi”.

Le pazienti di sesso femminile sono il 40% del centinaio di persone che ogni anno affrontano la terapia del partner surrogato. “Il numero è in crescita. E me ne rallegro”, dice la dottoressa Aloni. “Il problema sessuale di un uomo è ritenuto una vergogna sociale che va risolta. Quello di una donna è considerato di rango inferiore, non merita neppure di essere menzionato. Come se godere pienamente della sessualità, fosse un optional per le donne”.

E se il rapporto professionale diventa amore? “Capita spesso che il paziente si innamori del partner”, riconosce Ronit Aloni. “E’ normale. Chi bussa alla mia porta ha seri problemi sessuali e affettivi, anche se per l’80% si tratta di disturbi psicologici e non fisici. Da noi sperimenta per la prima volta il piacere dei sensi. Immaginate la liberazione. Ma dopo l’entusiasmo iniziale, che può somigliare all’amore, i sentimenti si placano”.

Il problema vero è quando succede il contrario, e il partner si innamora del paziente. E’ capitato a Sarah, 48 anni, attrice di teatro, madre di quattro figli e compagna orgogliosamente infedele di Samuel: “Il sesso è un gioco, un canale di conoscenza, perché escludere altre persone? Io sono arrivata in clinica dopo aver aiutato un amico con problemi d’impotenza. Non ho tabù, e mi affascina l’idea di poter guarire qualcuno con il sesso. E’ successo una volta che mi sono innamorata, ho dovuto troncare la terapia e non l’ho più rivisto”.

La terapia dei partner surrogati è un prodotto della scuola di sessuologia americana. Nasce negli anni Sessanta, sull’onda della rivoluzione sessuale, grazie a William Masters e Virginia Johnson. Fino al 1990 erano circa 200 i partner appartenenti all’associazione di categoria, Ipsa, ma oggi se ne contano meno di 50. I farmaci contro l’impotenza, la paura dell’Aids, l’opposizione dei terapeuti “tradizionali”, la crisi economica (un trattamento costa 7 mila euro) hanno circoscritto il fenomeno. Solo in Israele, a Tel Aviv, è fiorita una clinica come quella della dottoressa Aloni.

Qui, in un grande appartamento di una decina di stanze, sono impiegate più di 40 persone. Ci sono terapeuti, medici, psicologi, life coach e ovviamente i partner surrogati. Il Consiglio dei Rabbini approva, ponendo come unico paletto che le donne partner surrogate non devono essere sposate. Il Ministero cella Difesa israeliano ha fatto una convenzione con la clinica, e indirizza qui reduci gravemente feriti. “Per molti di loro non c’è guarigione. Ma c’è la speranza. I disabili sono persone continuamente toccate da altri, infermieri, massaggiatori o familiari. Con un partner surrogato possono dare e ricevere piacere. Non è una cosa da poco”.

Alla clinica della dottoressa Aloni c’è anche un partner surrogato bisessuale. “Ma non abbiamo molte richieste da persone gay. Qualcuno ci ha chiesto di essere aiutato a diventare eterosessuale. Ma questo, davvero, non possiamo farlo”.

Una ragazza ci racconta

massaggi piede

Ciao, sono ELISABETTA scrivo per raccontarti la mia esperienza con un ragazzo disabile.

Mi occupo di massaggi (riflessologia plantare). Sono stata chiamata dalla mamma di questo ragazzo che al tempo aveva 25 anni, lo chiamerò MASSIMO, per mantenere il suo anonimato . La sua disabilità è dovuta ad un incidente motociclistico molto grave. Mesi di coma e paresi a metà corpo.

Ho iniziato a lavorare su di lui quando era ancora in coma vigile e nell’arco di qualche anno, con l’aiuto di altri specialisti, dalla psicologa alla logopedista e il fisioterapista, siamo riusciti a rilassare il suo corpo per stare da solo in carrozzina. La sua mente è molto attiva, conserva una buona memoria, dotato di un intelligenza emotiva molto spiccata, sensibile e brillante nelle battute. Ha recuperato molto a livello mentale, meno a livello fisico. Non riesce a stare in piedi perchè ha paura, è molto rigido, le gambe le muove ma non avendo muscolatura fa fatica a sorreggersi e questo alimenta la sua paura. Nel corso degli anni abbiamo instaurato una bella confidenza e simpatia, tra massaggi conditi di chiacchere, abbracci, sorrisi.

Durante le mie sedute, da quando è stato un grado di comunicare anche solo coi gesti , ha sempre mostrato il desiderio di toccarmi, aveva voglia di contatto oltre quello che potevo dargli.

E quando ha potuto esprimersi a parole mi ha chiesto esplicitamente se poteva toccarmi dovunque, e magari fare anche altro!

Parlando con la mamma di questo suo bisogno, ci siamo rese conto che serviva una donna, in modo sottile lei stessa mi chiese di permettergli qualcosa di più, ma ovvio io non potevo, mi sentivo a disagio, a rimettergli sempre a posto le mani, è stata una situazione difficile, provavo dispiacere per lui e nello stesso tempo capivo le sue necessità.

Si è addirittura parlato di portare Massimo in Svizzera, ma sempre la morale e l’imbarazzo hanno vinto su questo pensiero.

Massimo adesso ha 40 , è parzialmente autosufficiente, ha sempre bisogno di essere assistito e non credo sia mai stato aiutato sotto l’ aspetto sessuale.

Ogni tanto lo incontro, non si è più parlato di questo argomento,viene distratto con altre attività che lo impegnano molto, è un ragazzo sereno,intelligente, seguito con amore da tutta la sua famiglia, ma l’aspetto sessuale credo sia rimasto cosi, un desiderio, un segreto nel suo cuore, un bisogno della sua carne, che resterà tale.

Ora io non sono nessuno per dire cosa va fatto e cosa no, ma sono certa che se lui avesse potuto scegliere al tempo mi avrebbe detto si, …..portami da una bella donna per fare l’amore, per sentire l’amore fisico, per godere di un corpo che non sia solo il mio, per appagare ciò che mi manca, non posso chiedere alla mamma di portarmi lei.

Forse adesso lui è cambiato e non ci pensa più, ma forse anche no.

Non so a cosa poi porterebbe dargli la possibilità di farlo, forse innescherebbe meccanismi che lo porterebbero a desiderare sempre più spesso quei momenti e non so a che punto quindi sarebbe gestibile poi la situazione per la famiglia, o addirittura se lui potrebbe soffrirne, avendo provato una cosa che non può avere quando vuole…

Trovare un equilibrio tra le due situazioni sarebbe l’ideale.

Personalmente credo sia necessario aiutarli anche sotto questo aspetto, donna o uomo che sia, il come farlo solo uno specialista può dirlo.

Grazie.

Una donna e l’assistenza sessuale

Uomo e donna a letto
Immagine tratta dal film “The Session”

Quando nasce il tuo interesse nei confronti dell’assistenza sessuale?

Due anni fa. Avevo da poco letto un libro, non riesco a ricordare il titolo. Era una raccolta di racconti molto particolari, ognuno era dedicato alla storia di una persona che, pur affetta da disabilità grave, aveva trovato il proprio posto nel mondo, riuscendo non solo a superare le normali sfide della vita che attendono ciascuno di noi, ma a realizzare qualcosa di straordinario. Una storia in particolare iniziò a trasformare la mia percezione della realtà, perché aveva davvero il potenziale di spingermi a riflettere, certo, ma anche ad agire.

Fulvio Frisone, poeta, pittore, ma soprattutto, uno dei più grandi fisici italiani. Affetto, a causa di un errore medico al momento della nascita, da tetraparesi spastica. Nascere e crescere con gli arti, ma non poterli usare. Quello che mi colpì profondamente, nel venire a conoscenza della sua storia, fu il ruolo che ebbe la madre nella sua crescita. A un certo punto, semplicemente, si rese conto che proprio figlio rischiava di impazzire. Il bisogno di espressione sessuale, che era precluso anche autonomamente, non gli lasciava un attimo di tregua, e neanche a lei. Non era come imboccarlo, o aiutarlo ad andare al bagno, accudirlo come un bambino nei bisogni primari. Questa era una cosa completamente diversa, moralmente imbarazzante, per taluni riprovevole. Che fare? Cercare qualcuno che lo aiutasse, fu la risposta che si diede e lottò ferocemente, come solo una madre coraggiosa sa fare, per trovare le persone giuste.

Fu lì che iniziai a riflettere in termini di assistenza sessuale. Ovvio che prima non mi fossi mai posta il problema, non è argomento di cui parlano i media, non era un dramma che avesse sfiorato me o la mia famiglia, quello della disabilità, fisica o mentale che fosse. Ho iniziato a chiedermi che cosa si potrebbe provare a essere lucidi, coscienti, dentro un corpo che è in parte o del tutto inutilizzabile autonomamente. Io che avrei fatto? Non lo so, non è qualcosa su cui si può congetturare. Tuttavia, sapevo che cosa mi sarei potuta augurare: di essere aiutata con amore a esprimere tutti i miei bisogni: del corpo, della mente, dell’anima. D’altra parte, trovarsi improvvisamente dentro un corpo che non risponde più può succedere a chiunque, se è destinato a passare per quell’esperienza. Non volevo vivere nella paura che succedesse a me, ma nemmeno vivere nell’indifferenza a questa nuova, improvvisa consapevolezza. Non sapevo come agire, però. Così, confidando nel destino, aspettai un segno.

Il destino decise di aiutarti? Come?

Sì. Il segno arrivò di lì a poco. Lo riconobbi nel momento in cui una comune passione mise sulla mia strada un ragazzo intelligente, brillante, affetto all’incirca dalla stessa patologia di cui avevo letto, senza essermici mai ancora imbattuta.

A quel punto, che cosa decidesti di fare?

Gli domandai come affrontasse nella sua vita il problema della sessualità. Sì, problema, poiché la sua disabilità gli impediva i gesti più elementari. Seppure concepissi la difficoltà nel trovare una partner adeguata, mi riusciva impossibile immaginare una persona che non potesse alleviare autonomamente quel tipo di tensione nel corpo. Mi raccontò di come la prostituzione fosse una realtà cui suo malgrado era stato costretto a ricorrere, di tanto in tanto. Ma che gli era insopportabile la mancanza di empatia, di dolcezza, d’intimità. Le ragazze con cui era stato non erano preparate a confrontarsi con un disabile, non riuscivano a nascondere il disagio e questo lo feriva al punto tale da aver rinunciato a questo tipo d’incontri, pur continuando a soffrire molto per la tensione che accumulava senza possibilità di alleggerirla.

Ti sei offerta di aiutarlo?

Mi sono offerta di aiutarlo. Non me ne sono mai pentita, anche se allora non seppi gestire bene la situazione, non ero pronta a confrontarmi con le implicazioni collaterali, soprattutto emotive, di questo tipo di assistenza. Sapevo di essere la persona adatta, la mia capacità di empatizzare immediatamente, la mia disinvoltura sessuale che mi porta a non avere preconcetti di alcun tipo, la mia naturale inclinazione a prendermi cura di qualunque tipo di corpo attraverso il massaggio, erano tutte doti che non avevo ancora perfettamente focalizzato né messo alla prova, ma sapevo essere quelle adatte per approcciarmi a questa realtà.

Che cosa andò storto, allora?

Molto semplicemente, non ho saputo porre regole e condizioni, perché io stessa ancora non le conoscevo. Non mi sono saputa far rispettare e alla fine, nonostante abbia elargito ben più di quanto, farei adesso, nonostante non mi sia fatta pagare, lui mi ha lasciato addosso una persistentesensazione di disagio: non solo non aveva apprezzato come credevo, ma non è riuscito ad astenersi dal giudizio morale, una volta eliminata la tensione, diciamo così. Come se offrirsi di fare qualcosa del genere, terminata l’oggettiva utilità del tuo servizio, ti releghi in una categoria di “persone indegne”, persino agli occhi di chi ha accettato il tuo aiuto.

Torniamo per un momento a oggi. Hai continuato a offrire assistenza sessuale oppure quell’esperienza ti ha segnato negativamente?

Quell’esperienza mi ha segnato, ma solo per offrirmi un parametro di cosa va inteso per assistenza sessuale. Per quasi due anni non mi sono più imbattuta in questa tematica, né l’ho cercata. Semplicemente, sapevo che se si fosse nuovamente presentata l’occasione, avrei affrontato le cose in modo diverso. Ogni persona porta con sé la propria storia, sofferenza, le proprie sfide. E ogni volta è come ricominciare da capo, ma le regole di base, quelle valgono per tutti. Gli accordi preliminari, innanzitutto. Chi richiede l’assistenza va istruito: non ci saranno penetrazioni, baci, scambi di fluidi, sono io a guidare la partita. Non tutti quelli che chiedono sono accettati, bisogna selezionare al massimo, assicurarsi di non imbattersi in una patologia a rischio, bisogna mantenere il distacco sufficiente a non diventare il fulcro dell’esistenza di chi non riesce a trovare, a causa della sua disabilità, una dimensione affettiva e sessuale. Assicurarsi che ogni sì e ogni no che si decide di dire siano motivati ampiamente e pazientemente (non scordiamo che la maggior parte di queste persone non ha esperienza relazionale con l’altro sesso o la ha minima) e che si mantenga il giusto equilibriotra dolcezza e severità, insomma. Impresa non da poco. Dovrebbero fare dei corsi appositi.

C’è qualcosa che puoi dirci su come si è svolta la tua ultima assistenza?

Ti parlo di N. Lui mi ha piacevolmente sorpreso. È un uomo colto, intelligente, deciso. Ha provato a dettare le sue condizioni, non c’è riuscito ed ha accettato le mie. A quel punto sì che mi ha messo in condizioni di aiutarlo. Ci ha messo un po’ ad accettare l’assistenza nei termini in cui gliela proponevo, avendo alle spalle una continuativa, seppure insoddisfacente, esperienza di sesso a pagamento con prostitute, per quanto di buon livello, diciamo così. Più volte ha tentennato, incerto se incontrarmi valesse la spesa, dopo tutte le limitazioni che ponevo. D’altra parte, nell’immaginario collettivo, le brave ragazze non accettano soldi per dispensare attenzioni sessuali. Se invece lo fanno, viene da sé che debbano dare un pezzo del loro corpo in cambio, un tanto al buco. Pare funzioni così. Ho deciso di cambiare questa regola odiosa e lui mi ha aiutato, come io con dolcezza l’ho assistito in quel suo opprimente bisogno di alleggerire la tensione sessuale nel corpo. L’assistenza non è assistenzialismo, questo cerco di trasmettere. Una persona che non è autonoma nel corpo ha bisogno di aiuto, mi pare ovvio. Ma l’aiuto non deve diventare una prigione costruita intorno. D’altra parte, l’aiuto che offro, sebbene a pagamento, non deve diventare la mia, di prigione. Non voglio piagnistei, non voglio pretese. Niente tentativi dicolpevolizzazione perché non m’innamorerò, perché prendo soldi, perché in cambio dei soldi non faccio come vuole chi paga, ma faccio ciò che so fare nel modo in cui stabilisco io. Qualcuno si sogna forse di pretendere che un’assistente personale debba innamorarsi della persona che assiste? O che lo faccia gratis? Che dire di una terapeuta?